Agenda 2030 – obiettivo 14: la vita del mare

Io amo il mare. Credo di aver scritto più volte che nella prossima parte della mia vita vorrei vivere al mare lunghi periodi all’anno. Saranno le mie origini di Livorno, sarà il fatto che da bambina vivevo 4 mesi all’anno in Liguria dai nonni: anche se la maggior parte della mia vita è trascorsa tra la città, la collina e il lago, io sento il mare come il mio ambiente eletto. Vedremo che cosa mi riserverà il futuro.

Ma la mia attenzione alla vita di mari e oceani va oltre il piacere di vivere in una località costiera. Come ormai sappiamo in molti, la sopravvivenza del mondo acquatico è strettamente legata alla sopravvivenza futura dell’intero pianeta e di tutti i suoi ambienti. L’Agenda 2030 dell’Onu pone infatti il deciso miglioramento della salute del mare come uno degli obiettivi (l’obiettivo 14) che la comunità umana deve raggiungere obbligatoriamente. Non è perciò una questione estetica o anche soltanto paesaggistica: il mare è la nostra vita.

Le acque oceaniche coprono oltre il 70% della superficie terrestre. Hanno la funzione di un sistema respiratorio globale: producono ossigeno per la vita del pianeta, assorbono anidride carbonica e riciclano le scorie organiche. Mari e oceani regolano il clima e contribuiscono così a far sì che il pianeta sia luogo ideale per la vita della specie umana e delle altre forme viventi: alle varie profondità vivono circa 250 000 specie animali finora identificate, ma probabilmente il loro numero reale raggiunge alcuni milioni. La salute delle acque marine è perciò elemento irrinunciabile per un futuro sostenibile.

Le enormi masse d’acqua degli oceani sono state considerate a lungo una risorsa infinita e inesauribile.  Gli oceani subiscono però il notevole influsso delle attività umane, il cui impatto determina inquinamento, innalzamento delle temperature, esaurimento delle riserve ittiche e perdita di habitat naturali lungo le coste.

L’Unione internazionale per la conservazione della natura (sigla Iucn), con sede in Svizzera, è probabilmente la più autorevole istituzione scientifica che si occupa di tutela ambientale a livello globale. Dallo studio Explaining ocean warming: causes, scale, effects and consequences, curato da 80 scienziati di una dozzina di Paesi, è emerso che da 60 anni a questa parte il 93% del calore provocato dall’effetto serra è stato assorbito dagli oceani, provocando un forte aumento della temperatura delle acque marine con gravi conseguenze per gli ecosistemi e la fauna acquatica.

Ma non solo: all’incremento delle temperatura dell’acqua è imputabile anche una sempre maggiore incidenza e virulenza degli uragani. Un uragano si alimenta infatti con il calore che incontra sulla superficie dell’oceano, raccogliendo maggiore umidità e rinforzando così i propri effetti distruttivi. All’interno dei cambiamenti climatici, atmosfera e acque oceaniche fanno perciò parte di un unico indivisibile sistema, condizionandosi a vicenda.

Un altro grosso pericolo è dato dall’overfishing, cioè l’impoverimento del patrimonio ittico causato da un’eccessiva attività di pesca, che non lascia alle diverse specie il tempo necessario per la riproduzione. Problema ancora maggiore viene dato dagli oggetti di plastica dispersi in mare o anche dalle microplastiche, frammenti di plastica più piccoli di 2 millimetri che  vengono ingeriti dalle diverse specie marine, inserendosi direttamente nella catena alimentare fino a noi. Immensi accumuli di plastica sono poi concentrati nelle  isole di spazzatura presenti in tutti gli oceani, la più grande delle quali è la Great Pacific Garbage Patch, nel Pacifico orientale a nord dell’arcipelago delle Hawaii.

Le acque oceaniche sono una grande risorsa economica per il pianeta. Oltre il 40% della popolazione mondiale vive entro 100 km dall’oceano o dal mare. Sulle coste sorgono 13 delle megalopoli del pianeta e 200 milioni di persone vivono, direttamente o indirettamente, delle attività di pesca. Il 90% del commercio globale utilizza il trasporto marino, mentre cavi sottomarini trasmettono gran parte delle telecomunicazioni planetarie. Il turismo marittimo mobilita capitali, fornisce in molti Paesi buona parte del Pil ed è una fonte preziosa di occupazione. Circa un terzo della produzione mondiale di petrolio e gas naturale è estratto in mare aperto. E maree, onde e correnti costituiscono risorse energetiche alternative ai carburanti fossili sempre più importanti. Inoltre, la ricerca sulla biodiversità marina ha portato a notevoli progressi scientifici in diversi campi, come la genetica o la produzione di cibo.

Ma che cosa possiamo, anzi no, dobbiamo fare?
Gli Stati che hanno sottoscritto l’Agenda 2030 si sono presi l’impegno di destinare risorse per raggiungere entro quella data diversi traguardi.
Ridurre l’inquinamento marino, anche proveniente dalla terraferma.
Regolare la pesca, mettendo fine a quella eccessiva o illegale per ripristinare le riserve ittiche, e fornendo invece assistenza ai piccoli pescatori locali.
Aiutare i piccoli stati insulari, indirizzandoli a un uso sostenibile delle risorse marine per la gestione di pesca, acquacoltura e turismo, in modo che la biodiversità sia anche occasione di sviluppo.
Aumentare la ricerca scientifica marina e l’uso delle più recenti tecnologie.
Creare nuove aree marine protette (raggiungendo almeno il 10% delle zone costiere) per ripristinare ovunque la biodiversità.

Un esempio di riserva marina, la più vasta del mondo, è quella che protegge gran parte della Grande Barriera Corallina, la scogliera composta da miliardi di piccoli organismi che si estende per 2300 chilometri al largo della costa nord-orientale dell’Australia, poco a nord del Tropico del Capricorno. La Barriera è però un ambiente fortemente a rischio: dal 1981 è stata dichiarata Patrimonio mondiale dell’Umanità ed è tutelata da leggi severe. Ma questa azione di salvaguardia non è stata purtroppo sufficiente: nel 2017 è stato pubblicato uno studio della rivista scientifica Nature, secondo il quale, per effetto dell’innalzamento di 4° della temperatura marina, la Barriera ha subito un forte sbiancamento, oltre alla perdita di circa un quinto della popolazione di coralli.

Quindi, l’azione dei governi è certamente fondamentale, ma nessuno di noi deve tirarsene fuori. Come su tutte le questioni di sostenibilità ambientale siamo tutti chiamati in causa in prima persona, cambiando anche i nostri comportamenti, quando è necessario. Lottare contro la diffusione della plastica e contro il riscaldamento globale, sostenere le fonti energetiche alternative, fare attenzione a quale pesce si sceglie per la nostra cucina, educare le giovani generazioni (Jimi, ti spiegherò…)… Insomma, dobbiamo alimentare la consapevolezza che è dovere di noi tutti, senza eccezioni, agire.

 

Per chi volesse saperne di più sull’Agenda 2030 questo è il link.

La foto di copertina è di Paolo Sacchi.

 

Qui un post sull’Acquario di Genova.