All’ombra dei cipressi

Può sembrare un post a battuta (appena prima del 2 di novembre), ma effettivamente quest’anno ho avuto diverse occasioni per riflettere sul rapporto di chi resta con chi non c’è più. Io non ho mai sentito la necessità di andare in un cimitero per ricordare qualcuno che ho amato; personalmente vorrei soltanto essere cremata e dispersa nell’ambiente che più amo, e cioè il mare (ragazzi, prendete nota).  Ma, riflettendo e parlando con altri delle loro esperienze, sempre più capisco chi invece sente il bisogno di mantenere in questo modo un legame con le persone che sono state fondamentali nella sua vita. Non si può certamente negare che il cimitero sia un luogo di grande importanza per la storia di una famiglia e anche di tutta una comunità, punto d’incontro nodale tra il passato e l’attuale vita quotidiana.

L’anno scorso, poi, il Ministero dei Beni Culturali ha dichiarato che i cimiteri non sono solo luoghi di ricordo e di preghiera, ma anche veri e propri musei a cielo aperto, custodi della storia e della memoria delle collettività. E ricchissimi di opere d’arte. E così, i numerosissimi cimiteri italiani verranno raccolti in una grande opera digitale, l’ Atlante dei cimiteri monumentali e del turismo della memoria.

In effetti, gli itinerari nei cimiteri sono già una forma di turismo, il tombstone tourism, da tempo diffusa nei Paesi anglosassoni, ma ancora poco conosciuta in Italia. Le motivazioni sono le più varie: dalla visita a sculture e architetture funerarie all’omaggio ai personaggi famosi (chi della mia generazione è andato a Parigi e non ha fatto una salto al Père Lachaise per vedere la tomba di Jim Morrison alzi la mano!). Ma senza dubbio ci sono anche ragioni più intime, come la ricerca di pace e riflessione interiore, anche senza necessariamente la presenza di un legame di affetto con chi vi è sepolto. A me è capitato di fermarmi a pensare sul senso della vita in un paio di cimiteri inglesi, dalle lapidi stortignaccole in pietra grezza immerse in una vegetazione spontanea e anarchica, con un’estetica casuale ma ineccepibile.

In Italia i cimiteri che meritano una visita sono davvero centinaia, dai più estesi e celebrati ai piccoli cimiterini di paese, magari quelli che non hanno ancora subito l’offesa delle coperture in granito lucido a tutti i costi.
Per esempio, il visitatore che resta a Milano qualche giorno potrebbe fare un salto al Monumentale (dove tra l’altro sono sepolti mio nonno e mio zio morto partigiano). Questo vecchio cimitero, estesissimo, situato in piena città lungo la circonvallazione interna, ospita opere di artisti come Giò Ponti, Arturo Martini, Lucio Fontana, Giò Pomodoro, oltre a grandiose riproduzioni di templi greci ed egizi e alle tombe di personaggi celebri come Manzoni e Toscanini. In circa 250mila metri quadrati c’è dentro tantissimo, in uno stile eclettico e sempre sorprendente: c’è la Storia (con la S rigorosamente maiuscola) e la storia locale, ci sono la memoria,  l’arte, e anche molto kitsch, ma di quello che l’arte arriva quasi a sfiorarla.

A Napoli, all’interno rione Sanità, c’è invece il curioso cimitero delle Fontanelle, scavato nella roccia gialla della collina di Materdei. Questo cimitero accoglie i resti di decine di migliaia di persone morte durante due grandi epidemie, di peste nel XVII secolo e di colera nel XIX secolo. Per l’enorme numero di defunti (donne, uomini e tantissimi bambini) i resti rimasero senza nome, mischiati tra loro, vere anime abbandonate. Così, per pietà di queste anime pezzentelle, come vengono definite a Napoli, le donne del rione nel corso degli anni ne hanno adottata una per ogni famiglia: ognuna sceglieva un cranio (una capuzzella) e pregava per lui, come fosse un familiare. Un rito quasi pagano, come si può intuire e come è stato anche considerato dalla Chiesa per lungo tempo. Solo pochi anni fa, nel 2010, a furor di popolo (e questo fa capire come questo culto sia ancora vivo) il cimitero delle Fontanelle è stato riaperto al pubblico, ed è assolutamente consigliato visitarlo.

Ma ci sono anche interessanti cimiteri non cattolici, visitatissimi dai turisti stranieri. Per esempio il cimitero degli Inglesi di Firenze ospita oltre 1400 tombe di personaggi celebri appartenenti a ben sedici Paesi. Ma il più vecchio è quello di Livorno, probabilmente anche il più antico di tutto il Mediterraneo. Venne fondato infatti alla fine del XVI secolo, per far fronte alle esigenze di una comunità protestante sempre più numerosa perché la città era diventata una base della marina inglese.

Oppure quelli ebraici: innanzitutto quello di Venezia,  il più antico d’Europa (risale al XIV secolo), situato al Lido. E anche i cimiteri ebraici minori, come quelli raccontati da un’amica che segue il blog da tempo: Gabriella mi ha mandato una sua nota la scorsa estate e mi fa molto piacere pubblicarla.

Per tanti anni non ne ho parlato, forse per pudore o per paura del giudizio degli altri.  Ma recentemente, raccontandolo, ho trovato altre persone che, come me, in occasione di un viaggio lento amano visitare i camposanti.

Per esempio, Laura.   Alcuni giorni fa,  siamo andate insieme a visitare Sabbioneta, vicino a Mantova. I 35° di caldo afoso avevano spaventato gli altri visitatori e noi ci siamo trovate in una cittadina intrisa di storia, ma silenziosa e quasi abbandonata.

Dopo aver visitato la loggia ducale, il teatro e la Sinagoga, abbiamo cercato il cimitero ebraico. Fuori dal paese, nel bel mezzo di campi coltivati a mais, dopo una piccola caccia al tesoro lo abbiamo trovato: era ben curato, con un prato tagliato di fresco che ospitava un piccolo leprotto, dapprima spaventato, poi incuriosito da due donne  che parlavano sottovoce. Dopo Sabbioneta, stessa ricerca a Bozzolo; anche qui domande e risposte non sempre chiare, ma alla fine lo abbiamo incontrato, molto curato, erba tagliata, alberi per dare ombra, lapidi appoggiate con cura.

Abbiamo portato un pensiero e una preghiera, con rispetto per la memoria di chi ci ha preceduto. Nei cimiteri cattolici alcuni monumenti funebri sono la rappresentazione della vita del defunto, vere opere d’arte,  quasi la fotografia di un tempo passato. Le diversità devono farci crescere, la curiosità darci spunti di confronto.

Quando sarò nonna vorrei portare i miei nipoti a visitare questi luoghi e dare ricordi di vita vissuta ricordando la memoria di chi non c’è più perché “chi vive nel ricordo non muore mai”.

Anche l’immagine di copertina è di Gabriella Cabrini.