Coco: un film bello e per tutti, coinvolgente e commovente

Se dovete affrontare quel difficile momento, che prima o poi a tutti capita, di dover spiegare ai vostri bambini la scomparsa di un nonno o di un’altra persona cara, allora andate con loro a vedere il film Coco: vi aiuterà moltissimo.

Non andateci solo in questo caso, naturalmente. Coco è uno dei più bei film di animazione che io abbia visto finora (e, fidatevi, ne ho visti tanti, con l’infanzia in una famiglia appassionata di cinema e poi con tre figli di età diverse; con la nipote ho appena iniziato).

Coco è bellissimo non solo per l’eccezionale livello tenico raggiunto da Pixar e Disney unite insieme, ma per un variato insieme di ragioni che abbracciano forma e contenuti.

  • L’incredibile cura dei particolari

Ogni personaggio, ogni ambiente, ogni situazione sono disegnati con un’attenzione infinita. Si può anche pensare che oggi facciano tutto i computer, ormai, ma i peli sul mento della bisnonna sono così veri e così importanti per la definizione del personaggio che ti fanno aprire la bocca in un Ohh! di ammirazione. La moltitudine di personaggi che affolla i diversi quadri è magnifica e coloratissima: verrebbe voglia di rivedere il film più e più volte, solo per scoprire espressioni, abiti, oggetti, decorazioni che a una prima visione sfuggono per la velocità dell’azione (ma può darsi che la mia velocità di visione non sia quella dei più giovani…)

  • La storia

La storia è bellissima, scaturita dal mondo fantastico della letteratura e delle tradizioni messicane, lungo il sottile e molteplice confine tra realtà, favola e superstizione della sovrabbondante e generosa Latinoamerica. Miguel è un ragazzino a cui la famiglia di operosi ciabattini impedisce di fare musica, seguendo quella che invece è la sua prima e inarrestabile passione. Per conoscere il suo musicista-mito, Miguel si addentra nel regno dei morti, strapopolato come è ovvio, e paradossalmente vivissimo. Ogni defunto è infatti ‘tenuto in vita’  dalla memoria che ne hanno di lui i suoi familiari, concretizzata nella presenza di una sua foto sull’altarino domestico, elemento onnipresente nelle case messicane. Solo quando svanirà ogni ricordo tra i vivi, allora il defunto se ne andrà per sempre. In questo allegro mondo parallelo, Miguel fa incontri importanti, ricostrusce la verità della storia della sua famiglia (non dico di più per non spoilerare) e conquista il diritto di diventare ciò che vuole, e cioè un talentuoso chitarrista.

  • Il messaggio

Anzi no, i messaggi. Perché nel film sono tanti, e tutti importanti.

  1. C’è quello trasmesso dalla figura dell’antenata Imelda, che rimasta sola non si scoraggia ma diventa imprenditrice: le donne sono forti e intelligenti e anche senza uomini possono avere successo nella vita. Non trovate anche voi qualche similitudine con la storia della bisnonna Clelia?
  2. C’è il messaggio sull’importanza di seguire ad ogni costo le proprie passioni. Nel caso di Miguel è la musica, ce l’ha nel dna, inutili divieti e repressioni. Ma ogni ragazzino che vede il film viene invitato a pensare alla propria passione, a ciò che desidera veramente, a ciò per cui vale la pena di lottare fino in fondo.
  3. Fondamentale è poi il messaggio sulla centralità della famiglia, non importa come composta, gli antenati venerati non si sa a quali rami appartengano. La formano tante generazioni, che convivono, magari litigano, ma si amano e si aiutano. Una famiglia di villaggio messicano, ma moderna: i componenti sono pochi, uno o due figli per nucleo,  l’alta natalità è ormai un ricordo di società più antiche.
  4. Ultimo, ma non certo ultimo, anzi probabilmente il primo,  il messaggio a cui ho già accennato: l’importanza della memoria, del rinnovare il ricordo di chi abbiamo amato, nelle immagini, nei gesti, nelle abitudini, nelle canzoni. La nostra mente e le nostre emozioni determinano il continuum culturale del genere umano. E questo ci porta all’importanza di scrivere del passato, delle nostre famiglie, di chi abbiamo conosciuto e di chi ci hanno raccontato. Scrivendo spostiamo la lineetta dell’oblio un po’ più in là, a volte molto più in là. Certo, non tutti potranno essere ricordati, ma le storie narrate diventeranno simbolo di un’umanità più vasta.

A chi è adatto questo film? Io ci sono andata con Jimi, che ha tre anni, e a Bastiano, un suo amico di quattro. Hanno retto benissimo alle quasi due ore di film e alla schiera di scheletri, teschi, ossa varie della miriade di abitanti del mondo dei morti. Hanno retto bene anche a un’effettivamente spaventosa tigre spirito-guida (che poi però si rivela buona, meno male). Jimi è scoppiata in un pianto a dirotto solo in un punto: quando la nonna di Miguel ha reiterato il divieto di far musica gridando e distruggendo l’amata chitarra del nipote. Certo una nonna arrabbiata così non l’aveva mai vista ;). Comunque siamo riusciti in fretta a consolarla.

Sicuramente è un film che può piacere, e molto, a ragazzi più grandi e anche gli adulti: alla fine i lucciconi agli occhi non se li è risparmiati nessuno, neanche i papà più compassati. Io ho proprio pianto; ma, anche se io sono maledettamente predisposta, sono certa che è una cosa studiata a tavolino: un finale così non può non provocare inevitabilmente commozione e singhiozzi consolatori. Comunque si esce un po’ più leggeri e più felici. E questo è un altro merito del film.

Ma, alla fin fine, chi è Coco? Coco è Mamà Coco, la bisnonna amatissima e vecchissima, quasi centenaria:  immobile e muta per molta parte del film, si anima solo quando le ricordano il suo papà e la sua infanzia. Molto bello che alla fine, grazie al titolo, sia riconosciuto a lei il ruolo di protagonista della storia, che parte da lei bambina e si dipana lungo tutto l’arco della sua vita. Una fantastic nonna, perciò, (nella versione italiana ha la voce roca di Mara Maionchi) che vediamo alla fine allegramente ricongiunta ai suoi genitori, ma ricordata con amore da tutta la famiglia.

Questo il trailer ufficiale italiano di Coco.

Qui un altro post del blog che parla del rapporto con chi non c’è più.