Del regalare giocattoli

Io non credo di aver regalato molti giocattoli ai miei figli. O meglio, non so se ho regalato molti giocattoli oppure no. Tutto, naturalmente, è relativo. Se il confronto è con ciò che racconta chi è della generazione prima della mia, oppure chi ha vissuto in zone più disagiate del Paese e della società, certo, i miei figli sono stati colmati di giocattoli. Non parliamo poi se si fa un parallelo con altre parti del mondo, dove i giocattoli sono per forza considerati un bene superfluo, lì dove manca l’essenziale, il necessario per la sopravvivenza.

Ma già se il confronto è con me, figlia degli anni Cinquanta e del boom economico, cresciuta in una famiglia che usciva dalla guerra e aspirava a far felici sé e i propri figli anche attraverso l’abbondanza di beni materiali, la differenza non è stata molta. Forse era dovuta soprattutto all’offerta sempre più vasta e stimolante, alla pubblicità in TV e al passaparola, alla spinta continua a desiderare qualcosa di più, di nuovo, di diverso (secondo i bambini), ma in realtà qualcosa di esattamente uguale a quello che avevano tutti. E nella maggior parte dei casi la fascinazione del giocattolo si spegneva nel giro di poche ore. Con l’eccezione di oggetti, di solito minuscoli, che prendevano il posto sociale delle nostre vecchie figu(rine), come ad esempio gli exogini.

Io cercavo di rispondere alle loro richieste ma con molta moderazione, generalmente lasciando crescere con calcolo il desiderio. Magari compravo un giocattolo che mi veniva richiesto, ma poi lo nascondevo per mesi in mezzo ai vestiti in un angolo dell’armadio, per aspettare Natale o un compleanno (con il rischio di dimenticarmelo per alcuni anni consecutivi…).

Oppure cercavo giocattoli belli e solidi, fatti di materiali sani, come il legno. Non sempre questi rispondevano esattamente alle loro letterine di Natale, ma loro poi ci si adeguavano e arrivavano ad apprezzarli.

La mia paura era di riempire la loro stanza di plastica, di oggetti dalla vita breve e dall’ancora più breve ruolo di stimolo di divertimento e di crescita. Io in genere rifuggo dalla plastica non indispensabile: se posso, in casa e in cucina cerco altri materiali. In giardino, i miei mobili esposti alle intemperie non sono di plastica, ma di ferro e legno: hanno certo bisogno di continua manutenzione, ma li preferisco ad analoghi oggetti in plastica, anche se sono di design. Allora, perché riempire di plastica la camera dei bambini?

Naturalmente i giocattoli arrivavano anche da altre parti, da parenti e amici, carini e affettuosi, che volevano solo far felici i miei bambini. In effetti non ho mai pensato a come arginare il flusso.

Mi è capitato di ripensarci ora, sia perché mi si ripropone il problema come nonna (regalo? non regalo? che cosa regalo?), sia perché ho letto nel post di un blog alcune indicazioni che trovo siano assolutamente da condividere.

Si dice: se volete fare un dono ai bambini regalate loro del tempo e delle opportunità. Regalate loro un pomeriggio di visita a un museo, una passeggiata in un parco, il piacere di un gelato. Regalate una lezione di musica, di danza, di arte o di qualche sport.

Regalate un libro che avete amato da piccoli, magari scrivendo in prima pagina una dedica pensata, che lasci un vostro ricordo. E iniziate a leggere subito il libro insieme a loro, dedicando un po’ del vostro tempo, in modo da farglielo apprezzare. Perché anche di libri intonsi e inutilizzati sono piene le camerette.

Mi sembrano buoni consigli. O comunque qualcosa su cui riflettere, per non fare gesti automatici che hanno il sapore del disimpegno e non della cura. Che poi i bambini, si sa, imparano.

 

La foto di copertina è di un giocattolo, bello e indistruttibile, che sta passando attraverso le generazioni della mia famiglia (ora se lo gode Jimi).