Come eravamo: viaggiare negli anni Novanta (e prima ancora)

Questo post fa parte del mosaico di immagini del ‘come eravamo’ dedicato a mia nipote. Voglio che, quando diventerà una giovane donna, sappia come era il mondo di sua nonna quando aveva la sua età. Voglio che riconosca gli elementi di continuità e che scopra, invece, quali e quante trasformazioni, positive o negative, sono avvenute. E poi, chissà, magari farà la scrittice o la sceneggiatrice: mi capita spesso di pensare a come sono preziose le informazioni sulle società del passato per chi deve ricostruire un’epoca, anche solo per rapidi flash back.

Lo stimolo a riflettere su come è cambiato il modo di viaggiare è arrivato da un post di un blog di viaggi, The Daz Box, che ha dato il via ai ricordi di molte giovani blogger, la maggior parte delle quali negli anni Novanta era una bambina.

I miei viaggi, naturalmente, sono cominciati diversi anni prima. Negli anni Novanta ero da tempo una mamma e le differenze con il mio modo di viaggiare da ragazza erano già molte.

Anche se… Anche se alcune linee guida sono rimaste le stesse. Per esempio, da quando ho cominciato a viaggiare da sola (cioè senza i miei genitori) ho sempre fatto viaggi on the road, non organizzati: la vacanza, infatti, per me è sinonimo di completa libertà e un’organizzazione esterna mi stava (e mi sta ancora) molto stretta.

Negli anni Settanta si partiva in tre o quattro amici (o anche solo amiche), decidendo la direzione, raramente una meta, quasi sempre lasciandoci trasportare dagli eventi. Potevano essere viaggi in moto, in auto, in treno o altri mezzi pubblici (quasi mai in aereo, costosissimo), oppure in autostop.  Mamma e papà non erano molto contenti, ma c’era poco da fare e dovevano accontentarsi di un paio di telefonate (dalla cabina telefonica) che riuscivo a fare durante tutto il periodo. Dura, eh, essere genitori negli anni Settanta…

Lo zaino

In quegli anni il bagaglio stava tutto sulle spalle. Lo zaino era l’elemento indispensabile; all’esterno, sotto o sopra, piccole cinghie legavano un sacco a pelo, a volte anche una tenda da condividere. All’interno, vestiti di ricambio (pantaloncini, una gonna lunga, un paio di magliette, un golf), poi una k-way, infradito, un bikini e un asciugamano, pochissimo altro.

Nella tasca esterna le cose più preziose: un libro o due,  documenti (carta d’identità e passaporto), eventuali biglietti per i mezzi di trasporto, almeno un paio di mappe, per seguire l’itinerario sulla carta, e un quadernetto su cui scrivere un diario, annotare gli indirizzi delle persone interessanti che si erano incontrate e i suggerimenti da dare ad amici che avrebbero rifatto il nostro stesso viaggio. Erano proprio piccoli quaderni di scuola: la Moleskine non c’era ancora. O meglio c’era, ma nessuno la conosceva, fino a che Bruce Chatwin non citò questo mitico taccuino nero nel suo libro Le Vie dei Canti, del 1986.

Quando si andava all’estero, nella tasca esterna c’erano anche i traveller’s chéques. Immagino che i più giovani non ne abbiano mai sentito parlare, ma allora non disponevamo di carte di credito o di debito, e il rischio di perdere tutti i soldi era alto. Questi assegni erano pensati proprio per i viaggiatori: erano a importo fisso e si acquistavano in banca prima della partenza, per poi cambiarli via via nelle banche dei vari paesi toccati dall’itinerario. La comodità era data dal fatto che nel caso di furto o smarrimento potevano essere facilmente rimborsati senza ulteriori disagi. E naturalmente c’erano i furbetti che riuscivano a viaggiare a sbafo giocando su questo.

In partenza e sul traghetto per la Spagna, con tre amiche

Il furgone

Negli anni Novanta la maggior parte dei viaggi che ho fatto con la mia famiglia (mio marito e i miei bambini) in giro per l’Europa è stata a bordo di un furgone Trafic che avevamo attrezzato a camper, molto artigianalmente. In realtà, il furgone era predisposto solo per viaggiare e dormire, non c’era toilette né cucina, ma eravamo comunque organizzati su tutto.

La struttura era in legno e alluminio, disegnata e costruita da noi, con la possibilità di inserire un’amaca tra le due portiere anteriori. Quando si viaggiava, i bambini stavano seduti sul lettino posto in fondo trasversalmente, oppure sdraiati sul materassone. Oggi tutto questo non sarebbe più possibile: le norme di sicurezza sono, come si sa, più rigide e probabilmente a un controllo il nostro bel furgone bianco, con una riga blu, ci verrebbe sequestrato. Certo hanno ragione, non discuto, ma la vita senza molte regole era innegabilmente più bella (come quando si andava in motorino senza casco…).

Il Trafic in un momento molto vissuto

Noi eravamo diventati una famiglia con figli, ma in fondo il modo di viaggiare era lo stesso degli anni Settanta: itinerari senza meta, niente (o quasi) telefonate ai nonni, una nuova carta geografica entrando in ogni nuovo paese, appunti scritti a mano un po’ dove capitava.

Nell’arco degli anni abbiamo attraversato così mezza Europa e il Nord Africa: Svizzera, Germania, Danimarca, Svezia e Finlandia; Croazia e tutta la penisola balcanica, Grecia e Turchia, fino al confine con la Siria; Francia, Spagna e Portogallo; Italia tutta, Tunisia, Algeria, Marocco, Spagna e Francia; e molti altri viaggi più brevi, o ripetuti.

Nelle lunghe ore in furgone i bambini dormivano, leggevano, mangiavano, giocavano. Facevamo anche tanti giochi di parole e di osservazione tutti insieme. Il più apprezzato era quello che noi chiamavamo Panni Stesi: il primo di noi faceva un elenco di 5 cose (oggetti-per es. una macchina blu, persone-un vecchietto con il bastone, situazioni-due bambini che giocano a palla, ecc. ecc.) che si potevano vedere guardando fuori dal finestrino, cominciando sempre da dei panni stesi, appunto. Un punto per chi ne vedeva uno, mentalmente si depennava e poi si aggiungeva un altro oggetto da trovare; e così via per un bel tratto di viaggio.

Certo, poi a un certo punto è arrivato il Game Boy

Le carte

Le carte e gli atlanti cartografici erano molto importanti per me e cercavo di comunicare il mio entusiasmo ai bambini, aiutandoli a cercare luoghi e strade. Sono una geografa e le carte mi affascinano ancora oggi come romanzi. Ricordo che spesso, finestrino aperto perché nel veicolo non c’era certo l’aria condizionata, la carta, strausata e piegata più volte nel modo sbagliato, si lacerava e volava via nel vento, di solito lasciandoci fortunatamente la parte che ci era indispensabile. Quindi, naturalmente, non c’era il navigatore satellitare, ma anche nei viaggi più recenti una carta di solito me la porto. L’unica cosa è che però si deve decidere: o si segue la carta o si segue il gps; se le due metodologie convivono si arriva a litigare ferocemente. E questo non è bello.

Altro capitolo: le guide. Mi piacciono e le apprezzo, molte di loro sono davvero preziose e fatte bene. Ma io ho sempre preferito leggerle prima e, poi, al termine del viaggio, per ricordare, puntualizzare, approfondire. Durante il viaggio utilizzavo i materiali che si trovavano in loco.

Le foto

Paolo è fotografo, quindi tutti i viaggi erano ampiamente documentati, naturalmente in pellicola, negativi in bianco e nero o diapositive. Però, i rullini allora avevano un costo (circa 9000 lire l’uno, sviluppo compreso) e questo aiutava a scattare in modo meno compulsivo e a scegliere più accuratamente le inquadrature, rispetto a quanto ci ha abituato il digitale. E’ bello ritirare fuori ogni tanto queste immagini, per noi cariche di emozione. Piano piano (forse troppo piano…), stiamo scansendo le più belle o significative, in modo da poterle guardare anche sui moderni device.

Ci resta ancora il rimpianto di foto perdute in un meraviglioso viaggio in Turchia: alla fine della lunga vacanza, appena prima di tornare a casa, a Smirne, abbiamo improvvidamente lasciato in una sacca del furgone documenti e rullini fotografici, che ci sono stati puntualmente rubati. La perdita dei documenti è stata, alla fine, positiva, perché una deliziosa famiglia turca ci ha offerto ospitalità per una settimana, fino a che ce li hanno rifatti. Ma della perdita delle foto (alcuni ritratti di ragazzini turchi li ho ancora in mente) continua a dispiacermi davvero.

La colonna sonora

Il nostro Trafic era un prototipo degli anni Ottanta, il primo in Italia, portato per un’esposizione (che abbiamo avuto l’occasione di acquistare perché mio padre in quel periodo lavorava per la Renault) e non aveva nessun optional, tanto meno la radio. Ma alla musica non ci rinunciavamo né noi grandi né i piccoli. Avevamo perciò una radiolona con mangiacassette, con poche, amate cassette che si ripetevano fino allo sfinimento e alla rottura del nastro. Ricordo in particolare una cassetta, Canzoncine in allegria, anzi libro (con disegni bellissimi) + cassetta, orecchiabile e intelligente, che abbiamo imparato tutti a memoria. In effetti, cantavamo un sacco: per combattere la noia dei chilometri, per far conoscere ai bambini le canzoni che più amavamo, per ricordare con loro quelle che avevano imparato a scuola o all’asilo, per addormentarli secchi quando non bastava il rollio del furgone.

L’America

Sono degli anni Novanta anche i miei primi viaggi dall’altra parte dell’oceano. Il primo, una settimana a New York solo io e Paolo: la mia prima volta in America, lasciando i bambini ai nonni, con un complicato planning di orari. Anche in questo caso, un paio di rapidissime telefonate a casa (“state tutti bene? ok”) e via. Ah sì, c’era il fax. Io e Paolo ci eravamo inventati delle strepitose spille fotografiche che riuscimmo a piazzare allo store dell’ICP, il museo di fotografia: tornati a casa, gli ordini arrivarono, a noi emozionatissimi, via fax.

Il secondo viaggio fu con tutta la famiglia, anzi di più: ci portammo anche la fidanzatina di Martino. Meno male che si potevano affittare automobili da sei posti e anche nei motel ci arrangiavamo tutti e sei in una stanza. Seguimmo quasi tutta la West Coast, dal confine con il Canada al South Carolina, in un susseguirsi di differenti climi, ambienti, città. Due cose mi vengono in mente per prime pensando a differenze con viaggi più recenti. Una è la meraviglia nei nostri occhi: tutto così nuovo eppure così conosciuto, un primo incontro con l’America vissuta una vita al cinema, davanti a centinaia di film.

L’altra è l’assenza dei telefoni cellulari: quante volte mi sarebbero serviti quando i figli se ne andavano a fare giretti per conto loro! Ma, anche se esistevano, certo non potevamo neanche immaginare che ogni ragazzino avrebbe potuto tenerne uno nella tasca dei jeans. Ricordo ancora una volta che, a Boston dopo mezzanotte, ho messo Tommaso su un taxi, perché doveva raggiungere il papà dall’altra parte della città dove aveva un lavoro. Il taxista aveva una faccia davvero preoccupante: avessi potuto sentire la  voce di Tommi che mi rassicurava… Soltanto la mattina dopo ho saputo che stava bene, anche se il taxista si era confermato preoccupante: non conosceva la strada e Tommaso si è fatto lasciare da qualche parte nei pressi dell’hotel del papà. Irresponsabile, lo so, non state a dirmelo, ma tutto è bene quel che finisce bene.

  

   

 

 

 

Qualche foto da alcuni viaggi (Svezia, Grecia, Tunisia, Croazia), il lavoro di archivio è appena cominciato. La qualità dell’immagine di copertina è quella che è, ma il valore storico resta 😉

Ecco, Jimi, altri tasselli da aggiungere ai ricordi della tua nonna. E fanne buon uso.

 

Qui un altro post sul (mio) mondo com’era.

Qui un post su un viaggio di oggi.

Qui e qui due sullo scambio casa, un modo di viaggiare che amiamo e pratichiamo da diversi anni.

Andate a leggere anche altre testimonianze sui viaggi degli anni Novanta nel gruppo Facebook Travel Blogger Italiane #viaggi90.