La parità di genere in Europa

Garantire alle donne e alle ragazze parità di accesso all’istruzione, alle cure mediche, a un lavoro dignitoso, così come la rappresentanza nei processi decisionali, politici ed economici, promuoverà economie sostenibili, di cui beneficeranno le società e l’umanità intera.

Questa affermazione dell’Obiettivo 5 dell’Agenda 2030 riguarda tutti i Paesi della Terra. Sappiamo che le donne sono spesso più vulnerabili, indifese e con minori opportunità dove povertà, conflitti e catastrofi ambientali colpiscono più duramente.

Ma anche nella ricca e pacifica (più o meno) Europa le forme della disuguaglianza sono molte e molto varie. In alcuni Paesi la parità è forse quasi raggiunta nel campo dell’istruzione e della sanità, però è probabilmente ancora insufficiente nell’accesso a posizioni di alta responsabilità. Anche in Paesi dove sono molte le donne al vertice della struttura politica e imprenditoriale, la condizione femminile (economica, di opportunità, di retribuzione) non è mai paragonabile a quella maschile. Anche nell’avanzatissima Islanda la parità di retribuzione ha dovuto essere stabilita per legge (gennaio 2018), perché non ancora diffusa universalmente nella realtà.

 

Disuguaglianza economica

I dati mostrano che molte donne europee faticano per raggiungere l’indipendenza economica. Per esempio:

  • il tasso di occupazione femminile è sì cresciuto fino a raggiungere un livello mai toccato prima (66%), ma è ancora ben lontano da quello maschile (77%),
  • in molti Stati resta elevato il tasso di disoccupazione femminile (come in Grecia dove raggiunge il 27%, mentre quello maschile non arriva al 20%),
  • le retribuzioni delle donne sono in media più basse del 16% rispetto a quelle degli uomini,
  • le donne hanno più contratti part-time (32% contro il 9% degli uomini) e sono costrette a interrompere più frequentemente la carriera professionale.

In complesso, le donne sono più a rischio di povertà degli uomini, soprattutto se appartengono ad alcune categorie: le madri sole, le donne di minoranze etniche, le donne migranti e le anziane.

 

lavoratrici Saiwa

Potere e genere

Infine, anche se ci sono sempre più donne che si laureano, sono attive in politica o raggiungono posizioni dirigenziali nelle imprese europee, la parità di genere in questi campi è ancora lontana:

  • solo in Francia, Italia, Svezia e Finlandia vi è almeno il 30% di donne negli organismi dirigenziali di grandi aziende; nell’intera UE rappresentano soltanto il 21% dei membri dei consigli di direzione delle più grandi imprese;
  • per quanto riguarda la politica vi sono Paesi come Grecia, Croazia e Cipro dove le donne elette al parlamento sono meno del 20%; in complesso la quota di donne nei parlamenti e nei governi nazionali, pur in costante aumento, non arriva al 30%.

 

L’agenzia dell’Unione europea che lavora per rendere l’uguaglianza di genere una realtà nel nostro continente è l’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE).

Elabora studi e ricerche, raccoglie dati sulla parità di genere, controlla che l’UE e gli Stati rispettino gli impegni internazionali presi nella Conferenza di Pechino (Conferenza mondiale sulle Donne, 1995), pubblicizza le buone pratiche, cioè le iniziative nuove, a volte rivoluzionarie, che i governi intraprendono e che possono e devono essere imitate anche in altri Paesi del mondo.

Violenza di genere

Tra queste ultime, molto importanti sono le buone pratiche che riguardano la violenza nei confronti delle donne. Sono programmi che riguardano la comunicazione, l’attività di polizia e magistratura, i database sui crimini commessi, gli interventi sulla salute fisica e psicologica, ecc. Sono coinvolti molti Paesi dell’Unione Europea, dalla Danimarca al Portogallo, dalla Francia alla Croazia, dalla Finlandia ai Paesi Bassi, ecc.

Ma… Ma, cercando nel sito dell’Eige le buone pratiche relative all’Italia, si scopre che non ce n’è nessuna, come si può vedere da questa schermata.

Non possiamo infatti nascondere che nel nostro Paese la situazione sia drammatica e che le misure per fronteggiare il fenomeno del femminicidio e di altri tipi di violenza contro le donne siano decisamente inadeguate. Dati degli ultimi giorni, a seguito dell’ennesimo tragico episodio, ci dicono che, tra le donne uccise dal marito o da un ex compagno, otto su dieci avevano denunciato in precedenza alle forze dell’ordine, spesso più volte, le minacce, lo stalking, le persecuzioni e il rischio di nuove violenze.

Ma quasi sempre, la reazione dell’autorità (nella quasi totalità maschile) è stata quella di sottovalutare, minimizzare, non intervenire, magari augurandosi che le cose si sistemino da sole. Le cose, però, quasi mai si sistemano: possono non arrivare alle conseguenze estreme, ma un uomo violento, se non viene curato e/o arginato, resterà sempre un uomo violento e pericoloso, un’arma potenziale incontrollata.

 

Ecco i traguardi indicati dall”Obiettivo 5 dell’Agenda 2030:

  1. Porre fine, ovunque, a ogni forma di discriminazione nei confronti di donne e ragazze;
  2. Eliminare ogni forma di violenza nei confronti di donne e bambine, sia nella sfera privata che in quella pubblica, compreso il traffico di donne e lo sfruttamento sessuale e di ogni altro tipo;
  3. Eliminare ogni pratica abusiva come il matrimonio combinato, il fenomeno delle spose bambine e le mutilazioni genitali femminili;
  4. Riconoscere e valorizzare la cura e il lavoro domestico non retribuito, fornendo un servizio pubblico, infrastrutture e politiche di protezione sociale e la promozione di responsabilità condivise all’interno delle famiglie, conformemente agli standard nazionali;
  5. Garantire piena ed effettiva partecipazione femminile e pari opportunità di leadership ad ogni livello decisionale in ambito politico, economico e della vita pubblica;
  6. Garantire accesso universale alla salute sessuale e riproduttiva e ai diritti in ambito riproduttivo, come concordato nel Programma d’Azione della Conferenza internazionale su popolazione e sviluppo e dalla Piattaforma d’Azione di Pechino e dai documenti prodotti nelle successive conferenze;
  7. Avviare riforme per dare alle donne uguali diritti di accesso alle risorse economiche così come alla titolarità e al controllo della terra e altre forme di proprietà, ai servizi finanziari, eredità e risorse naturali, in conformità con le leggi nazionali;
  8. Rafforzare l’utilizzo di tecnologie abilitanti, in particolare le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, per promuovere l’emancipazione della donna;
  9. Adottare e intensificare una politica sana e una legislazione applicabile per la promozione della parità di genere e l’emancipazione di tutte le donne e bambine, a tutti i livelli.

Per chi volesse saperne di più sull’Agenda 2030 questo è il link.

Qui invece un post del blog su un altro obiettivo dell’Agenda.

Qui un post sull’educazione alla non violenza.

 

Le immagini di questo post sono ritratti di lavoratrici nello stabilimento della Saiwa, foto di Paolo Sacchi.