Malalai Joya: la speranza dell’Afghanistan nelle donne e nell’educazione

Finché avrò voce. La mia lotta contro i signori della guerra e l’oppressione delle donne afghane.

Nel titolo italiano del suo libro più famoso sta tutta la vita e la forza di Malalai Joya, una donna straordinaria che domenica scorsa ho avuto la fortuna di incontrare.

Ma chi è Malalai? Malalai è una giovane (compie 40 anni quest’anno) donna afghana, una donna determinata, ma dolce e gentile, nata l’anno prima dell’occupazione sovietica del suo paese. Ha vissuto tutta la sua vita in guerra, perciò.  Russi, talebani, americani, i vari signori della guerra. Bombe, regimi violenti, atrocità, città distrutte, campagne abbandonate. In mezzo a tutto questo un popolo che non ha mai avuto pace, con un’altissima mortalità, soprattutto di donne e bambini, e con milioni di profughi.

I dati demografici dell’Afghanistan sono infatti impressionanti. Agli ultimi posti dell’Indice di Sviluppo Umano (l’indicatore che incrocia i dati di Pil, alfabetizzazione, speranza di vita), il più basso in classifica tra tutti gli Stati del continente asiatico. Un analfabetismo che supera il 60% (femminile oltre l’80%). Al primo posto in Asia anche come mortalità infantile, all’ultimo come consumo di calorie, e sono molti altri gli indicatori con dati estremi.

L’unica attività fiorente è quella della produzione dell’oppio e alcune leve del potere sono proprio detenute da imprenditori della droga (grandi coltivatori, industriali, signori della guerra, narcotrafficanti). Anzi, l’Afghanistan è da diversi anni il primo produttore mondiale di oppio, che in parte viene consumato nel Paese, ma viene soprattutto esportato verso Europa e America.

L’attacco americano seguito all’11 settembre sconfisse il governo dei talebani, con l’operazione denominata Enduring Freedom.  Ma mai nome fu più menzognero: da quel momento il popolo afghano è stato, se possibile, ancora meno libero, ostaggio delle diverse fazioni (talebani, Alleanza del Nord, poi Isis, tutti fondamentalismi armati, anche se con nomi diversi e opposti tra loro), oltre che, naturalmente, dei contingenti NATO.

Durante gli anni dei talebani, Malalai, rischiando moltissimo, insegnava alle ragazze nascondendo i libri sotto il burqa (abbigliamento odiato, ma necessario come minimo strumento di protezione), si occupava di salute, di donne e bambini. Nella sua regione, la provincia di Farah, Malalai era conosciuta, amata e apprezzata, tanto che è stata eletta nel 2003 come delegata alla Loya Jirga, l’assemblea nazionale costituente.

Malalai, oltre a essere una donna, aveva solo 25 anni ed era il membro più giovane della Loya Jirga, in mezzo a un consesso di uomini la maggioranza dei quali integralisti. Eppure pretese di prendere la parola. E non solo: lanciò un fortissimo J’accuse ai signori della guerra, chiedendo all’assemblea come fosse possibile che in quella sede fossero presenti feroci criminali, i peggiori oppressori del popolo afgano. Sostenne che quei signori, di cui fece nomi e cognomi, avrebbero dovuto essere disarmati e processati in un tribunale internazionale, perché era soprattutto loro la responsabilità della devastazione  dell’Afghanistan e della miseria del suo popolo.

La risposta dell’assemblea fu immediata: Malalai venne espulsa. Ma si ripresentò alle elezioni del parlamento due anni dopo. Venne di nuovo eletta. E ancora gridò le sue accuse a voce altissima. Cacciata anche dal parlamento, la sua vita è diventata una vita blindata, poiché, insieme alla sua famiglia,  continua a subire minacce di morte. E’ sfuggita infatti a diversi attentati e ancora è costretta a indossare il burqa per nascondersi quando si sposta da un luogo all’altro.

Della sua lotta si è cominciato allora a parlare all’estero, diverse personalità (come Noam Chomsky e Naomi Klein) l’hanno difesa e sostenuta: è stata definita la donna più coraggiosa di Afghanistan. Viene invitata a parlare in tutto il mondo e lei si sposta volentieri perché è il solo modo per far conoscere la sua causa e quella del suo popolo. Intessere relazioni con il resto del mondo è infatti assolutamente necessario, perché il silenzio internazionale su una situazione come quella afghana è il peggiore di tutti i mali, è l’oblio, la rassegnazione, la morte di ogni possibile futuro. E rappresenta anche un rischio maggiore per chi lotta all’interno.

E così Malalai è capitata anche in Italia; ma non è la prima volta, perché i rapporti con le donne afghane e la loro resistenza sono tenuti da alcune ammirevoli associazioni italiane (come il CISDA, Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane), che ospitano qui e sono ospitate in Afghanistan almeno un paio di volte l’anno, per far sì che l’attenzione su questo paese rimanga viva.

Domenica, Malalai ci ha parlato dell’Afghanistan e dei suoi progetti. Il clima era quello di un pranzo tra amiche, ma ci siamo rese conto dell’enormità del messaggio.  Anche perché la ragazza, pur dovendo parlare in inglese (che conosce benissimo), è un vero fiume in piena di racconti, testimonianze, dati, analisi politiche, riflessioni che stanno alla base della sua dura lotta. Ha parlato di donne e diritti (qui un mio post del blog sulla parità di genere nel mondo), ha parlato di leggi e tribunali delle diverse comunità religiose che acquisiscono più importanza delle leggi nazionali: per esempio, la legge afghana stabilisce che per le donne l’età minima per il matrimonio è 18 anni, ma le comunità fanno valere le loro leggi, che permettono il matrimonio a 15 o anche 12 anni. Ha parlato di Isis e talebani, che sono praticamente la stessa cosa, intercambiabili: stesso integralismo, stesse armi, stessa violenza. Ha parlato degli americani, che sono coinvolti in tutte le guerre asiatiche dove hanno portato soprattutto distruzione e morte, mascherate da una irreale “guerra al terrorismo”. Ha parlato anche dell’educazione come unico strumento per il riscatto del popolo afghano (e non solo): lei si conisdera prima di tutto un’insegnante e le raccolte di fondi che avvia sono tutte destinate alla costruzione di scuole.

Ha insistito soprattutto sulla situazione dei profughi; giustamente, penso, perché questo è un tema che in Italia è molto sentito (nel bene e nel male, non commento altro).  Data la situazione economica e politica interna, con problemi reali di sicurezza e sopravvivenza, il flusso in uscita dall’Afghanistan è continuo. Per poter andarsene, i profughi vendono tutto ciò che possiedono, ogni bene, le case soprattutto. Di conseguenza, la situazione più terribile è data dai rimpatri forzati (nel 2018 ne sono previsti 80 000). Quando i governi occidentali caricano i profughi su un aereo che li riporta in patria, devono essere consapevoli che li condannano agli unici due destini possibili: la tossicodipendenza, diffusissima, oppure l’arruolamento da parte dell’Isis che, assicurando uno stipendio di 600 dollari, ha per forza un’enorme attrattiva. Che assurdo circolo vizioso: per togliersi un problema e diminuire un presunto rischio terroristico, i paesi europei contribuiscono così ad aumentare le file dei fondamentalisti…

Malalai ha anche un figlio, un bambino che per la sua sicurezza ha dovuto affidare alla nonna.

Vive lontano da Kabul, per un anno e mezzo non ho potuto incontrarlo, e ora sono di nuovo sei mesi che non ci vediamo. La mia non è una vita “normale”, mi muovo da un posto all’altro, cambio continuamente residenza, ma è un piccolo sacrificio in nome di una causa maggiore e ne vale la pena, perché credo in un futuro luminoso per il mio paese.

Davvero incredibile la sua forza e la sua determinazione, che unisce a una grande dolcezza. Se vi capita di vedere l’annuncio di un suo incontro (in una scuola, un circolo culturale, una biblioteca…) andate ad ascoltarla, ve lo consiglio: per tenervi informate  su una parte del mondo di cui si parla troppo poco, e con molti preconcetti, per conoscerla e capire quale forza una donna può mettere in campo quando crede per una causa e anche perché, sempre, siamo tutti coinvolti. Dice infatti Malalai:

Una nostra vittoria è una vittoria di tutti, dell’umanità.

 

Un’ultima nota. Alcuni mesi fa sono stata a vedere al Teatro dell’Elfo, a Milano, la prima parte di uno spettacolo scritto da un gruppo di autori inglesi sulla storia dell’Afghanistan, presentata per quadri. Il titolo è Il grande gioco, come aveva definito Rudyard Kipling l’attività coloniale dell’Impero Britannico nell’area. Anche in questo caso, se vi capita non perdetelo: è un’occasione per capire quali sono le responsabilità storiche della tragica e complicata situazione attuale.

Qui invece il blog in italiano di Malalai.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I ritratti di Malalai sono di Paolo, perché alla fine della giornata l’ho portata in studio da noi. Quelli con l’hijab (l’hijab che mi ha accompagnato nel viaggio in Iran) sono perché le servono per la prossima possibile campagna elettorale. Una però l’abbiamo fatta anche molto sorridente 🙂 . Nella foto con Malalai e me c’è anche Giulia, un’altra ragazza fantastica che tiene i rapporti con le donne afghane e accompagna a volte Malalai in Italia.