Mamma di maschi

Sono stata (e sono tuttora) la mamma di tre figli maschi.

La prima gravidanza è stata contemporanea all’arrivo delle prime ecografie in Italia. Per noi allora era straordinario poter vedere quell’esserino, non ancora pronto ma già completo, che si muoveva, respirava, gli batteva il cuore. Anche quelle piccole foto che uscivano dalla stampante erano emozionanti: noi le mostravamo a tutti come fossero ritratti d’autore, ma in realtà erano davvero poco definite. E così, fino all’ultimo, siamo stati convinti di aspettare una bambina. Ma poi è nato Martino.

E va bè.     Comunque, ho adorato il mio piccolino.

Per il secondo la convinzione è durata meno. Eppure all’inizio era assolutamente netta: mia madre e tutte le sue amiche avevano avuto immancabilmente un maschio e una femmina (chissà perché, la genetica segue altre regole, di solito). E così mi ero convinta che questa fosse la normalità.

Ma intanto i macchinari dell’ecografia si erano fatti più precisi. Salendo in ascensore nello studio medico avevo detto, rivolta alla mia pancia: ‘Piccolina, ora andiamo a farti una foto’; ma scendendo, con la certezza di un maschio in arrivo, le mie parole sono state un pochino più brusche… 😉

E va bè.     Comunque, due figli meravigliosi.

Ma con il terzo non avevo dubbi: non poteva essere un terzo maschio. Eppure, l’amniocentesi, un test certissimo questa volta, ha dato un responso netto. La telefonata mi è arrivata a casa: ‘Signora, nessun problema, tutto a posto. E’ contenta?’ E io, sempre più ansiosa: ‘Sì, sì, va bene, ma di che sesso è?’ ‘Maschio, signora.’  Non so neanche se ho ringraziato prima di mettere giù la cornetta.

Sono andata in lacrime nell’altra stanza, dove c’erano i miei figli, con il risultato di far piangere anche loro: ‘Ma allora non volevi neanche noi…’  Poveri piccoli, che madre crudele, proprio cattiva…

Ma no: io ho amato moltissimo i miei bambini, li ho adorati e ne sono stata orgogliosa, luce dei miei occhi tutti e tre, ancora oggi che sono uomini.

Ho solo avuto bisogno di abituarmi all’idea. E’ che quando ero una giovane femminista mi vedevo solo madre di figlie femmine. Femminista lo sono ancora; ma la vita, la bella vita che ho avuto e che ho, ha voluto diverso.

E va bè.

Tutta questa premessa per dire che ho una certa esperienza nel crescere i maschi.

Così, quando mi sono imbattuta in un articolo del New York Times, di Claire Cain Miller, dal titolo “How to Raise a Feminist Son”, me lo sono letta con piacere.

L’articolo parte dall’assunto che, in fondo, oggi ci sono più certezze nell’educare una bambina, facendo in modo che abbia tutte le chance che le spettano, che cresca forte e cosciente dell’ampia gamma delle proprie possibilità, e combattiva perché pretenda e ottenga di realizzare i suoi sogni e desideri, che possono anche riguardare un universo tradizionalmente maschile. Naturalmente non si parla della società, ancora lontana da queste conquiste, ma di come agiscono genitori e altri adulti responsabili e consapevoli.

L’articolo esamina quindi le possibilità di scelta molto più ridotte che, anche in famiglie femministe (nel senso di convinte della piena parità tra uomo e donna), vengono invece date ai ragazzi. Si dice: ‘Abbiamo cominciato a crescere le nostre ragazze come fossero ragazzi, ma la parità vera non ci sarà finché non alleveremo i ragazzi come fossero ragazze’.

Anche da un punto di vista economico e di successo nel lavoro, si nota come competenze tipicamente femminili, come la capacità di cooperazione e di accudimento, l’empatia, la gentilezza, siano sempre più importanti e apprezzate. E invece, anche se le figlie vengono incoraggiate a giocare a calcio e a studiare ingegneria, ai figli non si propone mai il balletto o la scuola per insegnanti d’asilo. Anche nei giochi la divisione è ancora netta: travestimenti e casa delle bambole non vengono abitualmente proposti ai maschi.

L’articolo è lungo e si dipana in una serie di consigli molto condivisibili: dai modelli in famiglia (per esempio nella ripartizione dei lavori domestici tra mamma e papà)  alle letture che riguardino anche storie di donne e bambine. Invita a incoraggiare l’amicizia tra maschi e femmine, i giochi e gli sport insieme. Importantissimo: non si deve mai e poi mai usare l’insulto ‘femminuccia’ (e quindi, d’altra parte, neanche ‘maschiaccio’). Si deve spingere all’autonomia: sapersi far da mangiare da soli, pulire i propri spazi, ma anche prendersi cura degli altri, per esempio dei fratelli più piccoli o di qualcuno ammalato. Anche Maria Montessori, quando raccomanda di incoraggiare i bambini all’indipendenza attraverso lo svolgimento di mansioni pratiche, non fa distinzione tra maschi e femmine. E poi l’articolo del NYT sottolinea una cosa che avevo già considerato in un altro post: accettare che un NO significhi NO, e che deve essere sempre rispettato.

Via via, leggendo, mi sono resa conto che allora questi ragazzi non li ho cresciuti tanto male. Ho regalato loro bambole; non li ho forzati a lasciare giochi da maschi, ma ho incoraggiato anche altri modi di esprimersi; ho invitato bambini e bambine a tutte le feste; li ho lasciati piangere, commuoversi e singhiozzare; gli ho insegnato a lavare i piatti e a farsi da mangiare; i più grandi hanno nutrito, scarrozzato e cambiato il pannolino al più piccolo.

Ma il complimento più bello al mio ruolo di madre di maschi mi è stato fatto da Kahn, la moglie di Martino, quando mi ha detto ‘Ti devo proprio ringraziare per aver insegnato loro a fare la pipì seduti’  😉

 

Il disegno di copertina è fatto dalla zia Carla, Carla Sacchi, ed è mio marito Paolo piccolino affacciato alla finestra, con la sua caratteristica maglietta a righe.