Nonne in Iran

No, non voglio trasformare FantasticNonna in un blog di viaggi. Ma proprio perché è un blog ad ampio spettro, dove il tema ‘rapporto nonna-nipote’ è declinato in decine di modi possibili e si è anche inserita prepotente l’esigenza di parlare dei mille volti di questa fase della nostra vita, non posso non accennare alla straordinaria esperienza che ho vissuto nel mio recente viaggio in Iran.

All’inizio dovevamo partire solo io e Paolo. L’idea è venuta a lui, ma la pronta prenotazione dei biglietti aerei è stata mia, già molti e molti mesi fa, per evitare che  qualcosa ci facesse cambiare idea (e di cose, belle e brutte, che avrebbero potuto cambiare i nostri piani ne sono capitate parecchie questa estate…). L’entusiasmo che avevamo per il nostro futuro viaggio è stato contagioso e ha fatto venir voglia di partire anche a Patti e Adriana. E così, il volo per Tehran l’abbiamo preso in quattro, Paolo e tre ragazze (si fa per dire…).  Tre nonne, anche? Io e Patti certamente, Adriana no, ma ha l’età, la voglia e due figlie dell’età giusta per poterlo essere.

Tre nonne in Iran, dunque. Dato che Facebook in Iran non funziona facilmente, ho seguito il nostro viaggio pubblicando su Instagram le varie tappe con noi tre nelle varie situazioni. Il mio fotografo personale ha eseguito il nostro diktat, grazie Paolo: ci ha fotografato in moschea con e senza chador, al bazaar, in hotel, al ristorante, mangiando un gelato, nella sabbia del deserto, sotto a una tenda nomade, in posa con tante delle meravigliose persone che abbiamo incontrato.

Eh sì, perché poi, nonostante gli incredibili paesaggi, le millenarie città, i palazzi, le moschee, i siti archeologici che toglievano il fiato, la cosa più bella di questo viaggio è stata senza dubbio la gente. Ci davano il benvenuto (welcome!) incrociandoci per strada, ci fermavano per dirci quanto erano felici e riconoscenti che degli stranieri visitassero il loro paese, erano orgogliosi quando dicevamo quanto ci piacesse, il loro sorriso si allargava quando scoprivano che arrivavamo dall’Italia.

La loro ospitalità e gentilezza rappresenta bene il senso di sicurezza che ci ha sempre accompagnato girando, ovunque e in tutte le ore della giornata, in ogni parte del paese. Mentre passeggiavamo a tarda ora nei centri e nelle periferie pensavamo ridendo ad amici e parenti preoccupati per la scelta di questa meta, alle loro raccomandazioni, alle loro frasi allarmate (“ma avete avvisato la Farnesina?”). Mai in un viaggio ci siamo sentiti più sicuri, senza temere furti (anzi, ci riportavano quanto continuamente perdevamo) o tantomeno aggressioni. E non solo noi turisti: famiglie, ragazzi, ragazzine sole, persone anziane restavano fino a tarda ora nei parchi, nelle piazze, sui ponti, nei mille spazi pensati per far vivere la gente nel loro tempo libero.

Nell’ultima notte a Tehran, una famiglia di nostri nuovi amici ci ha portato sul Tabi’at Bridge (Nature Bridge), un lungo ponte che collega due parchi superando una highway. Il ponte, terminato e aperto meno di tre anni fa, è stato disegnato da una giovane (è del 1983) architetta iraniana, Leila Araghian: ha vinto diversi premi a livello internazionale, anche se l’embargo americano all’Iran l’ha certamente penalizzata. Comunque, già nell’idea iniziale del progetto il ponte non doveva essere “una semplice zona di passaggio, ma un posto dove la gente potesse riflettere e riposare.” Infatti ci sono spazi aggettati su tre livelli, terrazze, piante e fiori, caffè, innumerevoli panchine tutte diverse l’una dall’altra. E la gente lo frequenta, numerosa e rispettosa, spesso seduta sulle tipiche coperte che fanno subito casa: famiglie, gruppi di ragazzi e ragazze, giovani coppie, nonni e nipoti.

Sì, nonni e nipoti. E l’Iran è un viaggio che farei volentieri con mia nipote. Troverebbe sempre bambini con cui giocare, città sorprendenti da scoprire, l’emozione del deserto, cibi sani (ah, i succhi di frutta fresca! ah, i gelati all’acqua di rose e zafferano! mi sa che ne scriverò in un altro post). E anche comodissimi mezzi pubblici di trasporto (treno, autobus) che rendono facile qualsiasi spostamento. Avrei solo un po’ di timore con lei per i guidatori folli del traffico di Tehran, con i pedoni che sembrano rischiare la vita a ogni secondo: ma anche questo poi, alla fine, ci è sembrata una cosa normale…

Davvero difficile raccontare in un solo post tutto ciò che abbiamo visto e vissuto, ma le giornate erano così piene (nonostante i tempi di riposo che spesso ci siamo ritagliati – non siamo più ragazzi…) che non ho trovato lo spazio per scrivere via via un blog.

Comunque questo il nostro itinerario:

  • Tehran e i suoi 13 milioni di abitanti
  • Kashan e le sue case storiche
  • Abiyaneh, il villaggio antichissimo
  • Natanz e le sue ceramiche
  • Mesr, il meraviglioso deserto
  • Isfahan, dove potrei vivere
  • Yazd, la magica, con le sue torri del vento
  • Persepolis, 2500 anni di storia
  • Shiraz, la santa, con i suoi giardini
  • Tehran e a casa!

Abiyaneh

Kashan

Isfahan

Yazd

Shiraz

Da non perdere (oltre a tutto il resto…):

  • il bazaar e i giardini di Shiraz
  • i caffè sulle terrazze di Yazd
  • il Gandom Cafè, il nostro posto a Mesr
  • almeno un hammam (ormai tutti musei)
  • piazza Naqsh-e Jahan a Isfahan
  • sempre a Isfahan, il ponte Khaju di notte e i suoi cantori
  • il beryani, un cibo popolarissimo che si mangia solo a Isfahan
  • i nomadi Ashayer
  • l’hotel Apadana a Persepolis
  • una notte in treno
  • una cena da Mahsa, una musicista che cucina a casa sua e che ci ha fatto assaggiare dei piatti paradisiaci

Gandom Cafè, a Mesr

con una donna ashayer e la sua bambina

nel giardino della tomba del poeta Hafez, a Shiraz

l’hammam di Kashan

Hotel Apadana, a Persepolis

un caffé sui tetti di Yazd

nella Moschea del Venerdì, a Isfahan

 

e magari nei prossimi giorni, con l’aiuto dei miei compagni di viaggio, la lista si allungherà…

Di quasi tutto ciò, ma anche di molto altro (per esempio delle ottime guide che abbiamo trovato sul posto) ho naturalmente nomi e indirizzi. Perché questo è un viaggio da fare, ve lo assicuro.

 

 

Tutte le foto sono di Paolo Sacchi.