Nonna e nipote in Sicilia negli anni Sessanta

Non leggo solo libri dove le nonne sono protagoniste, naturalmente. D’altra parte, come dicevo in un’altra recensione, libri così sono davvero pochi. In effetti, nemmeno nel romanzo di cui parlo in questo post la nonna è la vera protagonista, ma certamente è una splendida e potentissima comprimaria.

Il romanzo è Picciridda, di Catena Fiorello, storia ambientata nella Sicilia dei primi anni Sessanta, quando pur all’interno del più spettacolare boom economico italiano, dall’isola si emigrava a frotte, partendo dalle città più grandi o dai poverissimi centri dell’interno. Ma si emigrava anche dalle località costiere, baciate (ma non sufficientemente) della fortuna di avere il sole, il mare e tutto quanto poteva attrarre la nascente attività economica del turismo.

Letojanni (chiamato familiarmente Leto nel romanzo) è uno di questi comuni, affacciato sul mar Ionio, tra Messina e Taormina. Cittadina di agricoltori e pescatori, ma con una spiaggia lunghissima che l’ha fatta diventare, come molti centri italiani, meta turistica e, allo stesso tempo, eccessivamente cementificata, con un brutto tratto sopraelevato di autostrada; all’epoca della nostra storia questo però non c’era ancora.

Maria Amoroso è il nome della nonna paterna e Lucia quello della nipote undicenne. La storia si sviluppa intorno al rapporto tra le due donne, la piccola e l’anziana, entrambe sagge, ciascuna a modo suo, in un periodo molto particolare della loro vita. In realtà, Maria tanto anziana non lo è, appena sessantenne.

Il 12 marzo avrebbe compiuto sessantuno anni. Come mi sembrava vecchia! Usava già il bastone per camminare. D’altronde a Leto tutte le donne si appoggiavano alla ferla non appena i loro capelli diventavano bianchi. E non era per gli acciacchi in sé; dipendeva piuttosto da un desiderio di farsi percepire come le sagge di casa, le veterane.

La nonna si prende cura di Lucia mentre i genitori emigrano in Germania, portando con sé l’amato fratello piccolo. Per Lucia è un dolore fortissimo, ma è una brava bambina ed elabora il suo lutto come può.

Vedevo mia madre di una bellezza struggente. Sembrava una vera signora che stava partendo per le vacanze, di quelle che indossavano gli abiti cuciti dai sarti francesi. Altro che emigrata in cerca di fortuna.

E’ molto legata alla nonna, che la ricambia con un affetto profondo. Maria ha un ruolo preciso nel paese: è una donna tutta d’un pezzo, autoritaria, ma anche importante punto di riferimento per la popolazione femminile, soprannominata per questo la Generala. Non ha vere amiche, non c’è nessuna che possa stare alla pari con lei, ma tutte la rispettano e chiedono i suoi consigli. La chiamano per vestire i defunti,  e lei si presta volentieri perché è il suo modo di confrontarsi con la morte. Quasi completamente analfabeta, ama la poesia: compra libri usati sui mercatini e se li fa leggere da chi passa per casa. Anche l’aspetto fisico corrisponde al suo personaggio molto particolare.

Maria Amoroso, ovvero mia nonna, non era molto più alta di me, ma era in grado di imporsi al prossimo come un gigante. Sì proprio un essere superiore. Il suo corpo agile si muoveva con una sicurezza impeccabile. Era magra, con la pelle del viso grinzosa e dorata, e aveva delle vene di un blu intenso che facevano bella mostra sulle mani. I suoi occhi erano di un verde brillante, malgrado le tante lacrime versate nella sua vita. Quel verde miracoloso che la illuminava anche quando era arrabbiata. Dal suo viso scavato emergeva un naso aquilino e piccolo, e le labbra erano sottili. E tra i rari sorrisi che concedeva, ogni tanto si affacciava una finestrella buia. Portava i capelli raccolti in una crocchia lucida e piena di forcine, e li pettinava solo quando nessuno poteva vederla.

(…)  Si divertiva a giocare a carte, le piaceva fumare il sigaro, e non aveva mai tagliato i capelli. Quella stranezza era il suo vanto da anni. A sera, prima di andare a letto, mi ostinavo ad aspettare il momento in cui avrei potuto osservarla mentre si toglieva le forcine. In pochi istanti, tutta quella massa di fili argentati le scivolava al rallentatore fino ai piedi, e lei procedeva pettinandola con una calma che ipnotizzava. Erano quelle scene di assoluta bellezza a farmela percepire come l’eroina indiscussa di una fiaba segreta.

A Lucia la nonna incute timore e rispetto, ma è anche la sua àncora, l’affetto più grande che ha a disposizione. Lucia sa che la nonna non ha avuto una vita facile e che dietro la sua facciata arcigna si nasconde una donna che ha dovuto convivere con un passato duro e che ha reagito lottando contro i molti dolori ma anche contro una diffusa mentalità ristretta.

(…) La lotta di una donna contro il mondo, piccolo e ottuso, di un paese ignorante come questo, in cui io e te viviamo.

Per Lucia la casa della nonna è la ‘sua’ casa, niente a che vedere con quella dei pur affettuosi nonni materni. E allorché Lucia subisce una violenza, ancora più terribile quando da grande scoprirà l’intera dinamica degli eventi e delle relazioni, è nonna Maria che rimette a suo modo le cose a posto, rinunciando anche, per il suo bene, alla nipote, che seguirà così  i genitori in Germania.

Emigrazione e violenza di genere: anche se queste tematiche centrali hanno nel romanzo un preciso tempo e un preciso spazio, rimandano esplicitamente a questioni universali: oggi, probabilmente anche domani, e in diverse parti del mondo.

Il modello su cui si è basata Catena Fiorello per descrivere Maria è la sua stessa nonna e omonima, Catena D’Amore (e in questo caso il cognome aumenta la potenza evocativa del nome), vera forza della natura. Ma tutto l’affresco del paese e dei suoi abitanti deriva dall’esperienza reale della scrittrice, nata a Letojanni, anche se in anni successivi a quelli della vicenda narrata nel romanzo. Questa autenticità si sente nella scrittura, emerge dai numerosi aneddoti molto realistici, alcuni comici, altri malinconici, altri ancora drammatici o addirittura tragici. Alterni e imprevedibili, come è la vita. E come nella vita, leggiamo l’importanza delle piccole cose, come la terapeutica e consolatoria abitudine di immergere i piedi nella sabbia della spiaggia vicino a casa.

Scattò così, all’improvviso, il bisogno di togliermi gli zoccoli e di mettere i piedi nella sabbia. Da quell’istante non smisi più di volerlo fare. Ne traevo gioia e conforto. (…) Con i piedi nella sabbia, quella sera capii che si può essere più forti di qualunque dolore.

 

 

L’immagine di copertina è della grande fotografa Letizia Battaglia, attenta testimone dell’infanzia siciliana.